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Confindustria e Pacchetto clima
martedì 21 ottobre 2008

Opinioni
Che bacchettate!
“Noi non siamo anti-ambiente. Noi l'impegno per ridurre le emissioni inquinanti lo manteniamo. Ma non con queste norme. Perché così si uccide l'industria europea. E quella italiana prima delle altre”. Sono bastate queste parole del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che abbiamo ripreso da un articolo del Corriere della Sera del 15 ottobre, che il Governo è scattato sull’attenti.

Neanche il tempo di ragionare che ha minacciato di porre il veto al provvedimento europeo “20-20-20” che prevede tagli alle emissioni del 20% e la stessa percentuale relativa all'incremento di efficienza energetica e alla frazione di energia rinnovabile entro il 2020.
A dir la verità le avvisaglie di una scarsa digeribilità dei massimi esponenti dell’industria nazionale alla politica continentale elaborata per rientrare nei parametri di Kyoto si erano viste con le dichiarazioni di Sergio Marchionne, all’assemblea dell’Anfia del 29 settembre. Un attacco diretto, quello dell’amministratore delegato Fiat, contro il piano della Commissione ambiente di regolamentare il taglio delle emissioni delle auto entro il 2012, operazione che costerebbe ai costruttor, secondo Marchionnei 45 miliardi di euro all’anno. E sono sempre i costi elevatissimi, in relazione ai benefici sull’ambiente, le ragioni che hanno spinto la Marcegaglia a richiedere l’aiuto dell’esecutivo. Aiuto, come detto, che è stato tempestivo e deciso: “porremo il veto”.
Le prime a reagire all’incursione italiana alla politica “sostenibile” continentale sono state le associazione per la tutela dell’ambiente. Greenpeace, come sua consuetudine, ha scelto due azioni spettacolari alla centrale Enel di Civitavecchia, accusata di rilasciare più di 10 milioni di tonnellate/anno di CO2, e a quella a carbone di Fiume Santo in Sardegna, altrettanto nociva per la qualità dell’aria. Ma anche creando un petizione on line da inviare al Governo per chiedere “una rivoluzione energetica pulita”. Legambiente ha pubblicato un documento dal titolo significativo: “Tutte le bugie del Governo sul clima”. Il Wwf ha risposto attaccando con un campagna pubblicitaria internazionale dove si chiede ai Governi europei di “raggiungere un obiettivo più ambizioso: ridurre le emissioni di almeno il 30% entro il 2020 e aprire la strada a un accordo globale sul clima”. Non solo, ha incitato a partecipare a “Generazione clima” e ha creato un sito per spiegare gli effetti del surriscaldamento della temperatura terrestre.
Se le prese di posizione delle associazioni ambientaliste erano da mettere in preventivo, la vera bacchettata sulle mani dell’esecutivo è arrivata dalla Ue per voce di Stavros Dimas. Il commissario europeo all'Ambiente si è detto “allibito” delle dichiarazioni italiane e ha affermato che i dati forniti dal nostro esecutivo sono del tutto sballati. Una divergenza matematica che è sintetizzata bene da un articolo pubblicato su Repubblica. La bacchettata europea, seguita da quella del Presidente della Repubblica Napolitano, però non è servita a modificare la posizione del Governo. Anzi, si è ulteriormente radicata con le dichiarazioni di tre ministri: Renato Brunetta (Pubblica amministrazione e Innovazione) che ha definito il Pacchetto clima una “follia”, Altero Matteoli (Infrastrutture e Trasporti) che ha proposto di rinviare e di rinegoziare il protocollo di Kyoto, e Stefania Prestigiacomo (Ambiente) che ha ribadito nell’incontro del 20 ottobre che l’Italia non firmerà il “20-20-20” se non ci saranno sostanziali modifiche al Pacchetto: il rinvio di almeno 12 mesi dell’approvazione, l’inserimento di una clausola che consente di cambiare il contenuto del documento anche dopo la firma e altri dettagli tecnici. Richieste che, secondo il parere di molti, svuoterebbe di non poco l’efficacia della risoluzione comunitaria. La risposta di Dimas è stata più diplomatica della precedente, ma irremovibile: “tutti i leader hanno ribadito la loro determinazione per arrivare a un accordo sul Pacchetto clima entro l'anno”. Uno scontro che di certo proseguirà avvincente almeno fino a dicembre, anche se temiamo che avrà uno strascico nel 2009.
Se la eco telenovela non è chiusa, quanto fin qui visto non può che confermare lo scarso interesse dell’esecutivo per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Una noncuranza che, se fosse ancora necessario, è stato recentemente ribadita dal Wwf che ha accusato il Governo di avere tagliato del 52% le risorse pubbliche destinate al dicastero “verde” nel triennio 2009-2011. Ma considerate la mani rosse che devono avere premier e ministri per le bacchettate ricevute, puntiamo il nostro righello virtuale su Confindustria. Quello che non si riesce a capire è perché i massimi imprenditori della Penisola considerano l’ecologia soltanto come un costo e non come un’opportunità. Adeguare gli impianti alle esigenze ecologiche viene visto unicamente come spesa e mai come un investimento che può contribuire alla crescita economica dell’azienda. In fondo migliorare l’efficienza energetica di uffici e stabilimenti, aggiornare i macchinari in modo che consumino meno corrente o installare impianti fotovoltaici si tradurrebbe in un risparmio futuro. E anche i costi “vivi”, quali l’applicazione di filtri più efficaci alle ciminiere o la ricerca per ridurre le emissioni dagli scarichi dei veicoli, si potrebbero tradurre in vantaggi in termini di immagine. L’impressione è che Confindustria non riesce a distogliersi dalla tradizionale visione economica per intraprenderne una nuova che potrebbe generare altrettanti utili di quella attuale. Eppure esistono altre realtà imprenditoriali che hanno già colto la sfida ecologica e avviato politiche per aiutare i propri associati a vincerla. Ci riferiamo, ad esempio, alla Sirer di Cna e allo Sportello Energia di Confartigianato. La prima è una società creata “ad hoc” per fornire agli iscritti un servizio chiavi in mano, dallo studio di fattibilità al reperimento dei finanziamenti, dall’installazione dell’impianto alla sua manutenzione, per applicare pannelli solari termici e fotovoltaici. Un progetto che, secondo i calcoli della Confederazione dell’artigianato e della piccola e media impresa, consentirebbe di rientrare negli investimenti in un decennio e di avere un rendimento del 6% nei 10 anni seguenti. Il secondo è un servizio, al momento attivo a Udine e fino a maggio fornito gratuitamente, dove gli imprenditori si possono rivolgere per avere consulenza su tutte le questioni di efficienza energetica. A dimostrazione dell’attivismo delle “piccole” società nazionali basta dare un’occhiata agli incontri di Ecomondo e Key Energy del 2007 (l'edizione 2008 è a novembre): diversi eventi su efficienza energetica, fonti rinnovabili e altre strategie economico-ambientali per le imprese promosse da Artigiancassa, Confagricoltura, Confcommercio, Confesercenti, Confapi e, naturalmente, le due associazioni già citate. Insomma, pare che manchi solo Confindustria.

Stefano Panzeri


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