Il recente
dossier congiunto di Greenpeace, Legambiente e Wwf contro lo sviluppo del nucleare in Italia, secondo lui, manca l'obiettivo principale, contiene affermazioni erronee e rischia di far perdere credibilità alle associazioni stesse. Qui sotto riportiamo la sua analisi del dossier punto per punto, corredato da interessanti riferimenti a dati e ricerche in tema di energia.
Come avere buone ragioni e sprecarle. Il dossier congiunto sull’energia nucleare di Greenpeace, Legambiente e Wwf avanza alcune obiezioni corrette e condivisibili alla tesi che il nucleare rappresenti la soluzione ai problemi energetici del Paese. Purtroppo però perde il filo, cedendo quasi subito alla tentazione di rispolverare alcuni luoghi comuni dell’ambientalismo antinucleare e sporcando il documento con una serie di affermazioni non documentate, approssimative ed erronee – che perversamente ricevono più peso degli argomenti validi. Il risultato è che il lettore si fa una pessima impressione dell’attendibilità degli autori e le associazioni ambientaliste ne escono con un’immagine indebolita.
Gli errori del Dossier…
“La produzione nucleare è solo apparentemente esente da emissioni di CO2, dal momento che gli impianti nucleari per motivi di sicurezza richiedono enormi quantità di acciaio speciale, zirconio e cemento, materiali che per la loro produzione richiedono carbone e petrolio. […] complessivamente le emissioni indirette della produzione di un kWh da energia nucleare è stato calcolato essere comparabile con quella del kWh prodotto in una centrale a gas”.
Il dossier non si cita la fonte, rendendo impossibile verificarne l’attendibilità. Il fatto di non citare è sempre molto sospetto: fa subito pensare che si tratti di una bufala o di una mera ripresa da qualche agenzia di stampa. In effetti, ExternE (
European Commission, Directorate-General for Research, in
External costs. Research results on socio-environmental damages due to electricity and transport, 2003) e l’Australian Coal Association hanno raggiunto conclusioni ben diverse: le emissioni sarebbero un decimo di quelle delle centrali a gas e un ventesimo di quelle delle centrali a carbone...
Ma qual è la stima
life-cycle per il fotovoltaico o l’eolico? Per il fotovoltaico una stima recente è fornita da Vasilis Fthenakis and Erik Alsema, Photovoltaics Energy Payback Times, Greenhouse Gas Emissions and External Costs: 2004–early 2005 Status. Il fotovoltaico produce emissioni pari a 21-45 g CO2-eq/kWh in Europa Meridionale, 27-59 g CO2-eq/kWh in Germania. Le stime sono inferiori dell’80-85% rispetto a quelle dell’ultimo rapporto della Commissione Europea, inferiori alla generazione con il gas (400-439 g CO2-eq/kWh) o con il carbone (900 g CO2-eq/kWh) ma (qui viene il bello…) pari a quelle per le centrali nucleari (20-40 g CO2-eq/kWh). Un’obiezione che diventa un boomerang…
“Inoltre l’energia nucleare può fornire solo elettricità, che costituisce solo il 15% degli usi finali di energia, mentre il restante 85% è costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e processi industriali”.
Questa obiezione si applicherebbe parimenti agli investimenti in energie rinnovabili, incluso il solare distribuito, ed è perciò controproducente. Il punto che è chiaramente emerso da tutte le simulazioni di interventi per la riduzione delle emissioni di CO2 (IPCC, IEA) è che abbiamo bisogno di un mix di interventi che attacchino tutti i comparti del consumo energetico, in quanto nessuna singola misura di per sé può essere sufficiente. Poiché le decisioni di consumo energetico sono diffusamente decentrate (eccezion fatta per i grandi consumatori industriali), il solo affidarsi al risparmio energetico (che peraltro sarà necessario) non offre nessuna garanzia né di conseguire effettivamente gli obiettivi di risparmio, né di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni.
“Tutti gli studi internazionali mostrano come l’energia nucleare sia la fonte energetica più costosa e meno competitiva, tant’è che in tutti gli scenari - persino in quello dell’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica - è prevista una riduzione del proprio peso nella produzione elettrica nei prossimi anni a livello mondiale.
Secondo il rapporto dell’Università Usa, considerando tutti i costi, dall’investimento iniziale e dalla progettazione fino ad arrivare alla spesa per lo smaltimento delle scorie (che incide fino al 12% del prezzo totale di produzione elettrica), il primo impianto nucleare che entrerà in funzione produrrà elettricità a 47-71 dollari per MWh, escludendo qualsiasi sovvenzione statale all’industria dell’atomo, contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale”.
Purtroppo è un’informazione scorretta. La riduzione del peso dell’energia nucleare non implica affatto che la potenza installata sia in calo – il contrario, visto il forte incremento atteso della domanda mondiale di energia elettrica soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Nello scenario di riferimento della IEA la quota della domanda di energia primaria coperta dal nucleare scende dall’11 al 9%, ma con un incremento da 449 a 616 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) dal 2005 al 2030 dell’energia prodotta con centrali nucleari. Gli scenari alternativi ragionevoli (cioè non basati su un utopistico coordinamento globale delle scelte energetiche che porti a drastici tagli dei consumi finali) includono incrementi più significativi, a 751 Mtep nel 2030 (IEA,
World Energy Outlook 2007), con un incremento della quota di energia primaria dall’11 al 12%. Come gli stessi autori del dossier riferiscono, ci sono più di 30 centrali nucleari attualmente in costruzione.
Sul fronte economico, il rapporto della IEA sui costi della produzione elettrica (
Projected Costs of Generating Electricity - Update 2005) presentava i seguenti dati relativi al costo su ciclo vitale:
| (USD/MWh) |
Carbone |
Gas |
Nucleare |
| Min |
25.9 (SA) |
40.9 (TUR) |
31.7 (CZK) 37.1
(CAN) |
| ITA |
GER: 40-59 |
51-59 |
FRA: 39.3 |
| Max |
69.1 (GIA) |
63.8 (GIA) |
68.6 (GIA) |
Per quanto riguarda le energie rinnovabili, le stime erano le seguenti (USD/MWh):
| (USD/MWh) |
Solare |
Eolico |
Idroelettrico |
| Min |
120.6 (GER) |
31.1 (US) 33.5 (GR) |
39.7 (SLK) |
| Max |
1520.1 (CZK) |
94.3 (NL) |
83.2 (GER) |
Contrariamente a quanto affermato dal rapporto, le stime per il nucleare (almeno quello del rapporto IEA qui citato) includono anche valutazioni sul costo del
waste disposal e del
decommissioning degli impianti. Si potrà discutere che siano sbagliate, ma ci sono. In Francia, tra l’altro, la bolletta elettrica include già una voce (0,14/kWh euro) che va a finanziare il
decommissioning e il fondo relativo costituito da EdF (13,4 miliardi nel 2004, che a regime nel 2035 sarà però dotato di 63 miliardi di euro); il
decommissioning e la gestione delle scorie radioattive sono operate da una società statale (ANDRA), ma viene finanziato dal produttore (EdF). I reattori in fase di smantellamento sono 11, ma i lavori attendono la realizzazione dei siti di stoccaggio (costo previsto 15 miliardi di euro, di cui il 40% per l’esercizio per un periodo di 100 anni, anch’esso coperto dal fondo).
Da notare che le stime della IEA si riferiscono a un periodo caratterizzato da proiezioni sul prezzo dei combustibili fossili molto più contenute rispetto alle attuali, sicché è probabile che le proiezioni di costo sul gas naturale siano anche più sfavorevoli. Già nel 2005 i costi erano comparabili con quelli delle centrali a combustibile fossile. L’eventuale aumento del costo delle emissioni di CO2 o l’imposizione di sistemi di sequestro e immagazzinamento del carbonio penalizzerebbe maggiormente le centrali a carbone. Tra le rinnovabili, soltanto idroelettrico ed eolico presentano già costi comparabili – e non è un caso che siano proprio i comparti dove gli investimenti privati sono già imponenti, tanto che negli ultimi anni la potenza installata nell’eolico supera quella nel nucleare. Il solare implica un costo per megawattora doppio rispetto al nucleare e attualmente prospera soltanto ove la società eroga generosi sussidi per l’installazione.
“E per l’Italia scegliere l’opzione nucleare significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi prospettiva di riduzione delle emissioni di CO2. Se la priorità, da ora al 2020, fosse realizzare centrali nucleari dovremmo dire addio agli obiettivi di diffusione delle fonti rinnovabili , innovazione tecnologica ed efficienza energetica - i due investimenti sono semplicemente alternativi e impossibili da portare avanti in parallelo - nonché di risparmio, perché si spinge uno scenario in cui non è contemplata la riduzione dei consumi”.
L’obiezione non regge. La costruzione degli impianti può essere finanziata dal settore privato mediante project finance e si ripaga in dieci anni circa. Se la vendita di energia elettrica da centrali nucleari è remunerativa il vincolo di bilancio è velocemente superabile. Il discorso può invece essere valido per la ricerca finanziata dal settore pubblico, soggetto a vincoli di bilancio sempre più stringenti. Ma il nucleare di quarta generazione, caratterizzato da volumi di scorie molto più bassi, è allettante e non va escluso a priori. Il fatto che si spinga uno scenario in cui non è contemplata la riduzione dei consumi è indipendente dalle scelte sul modo in cui i consumi vengono soddisfatti, e non rappresenta un punto a sfavore del nucleare.
“Non esistono le garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente contaminazione radioattiva”.
Punto debolissimo. Il track record dell’industria nucleare è ottimo. Le cause dell’incidente di Chernobyl sono ormai ben note e attribuibili a gravi difetti di gestione da parte del personale, a carenze nei sistemi di controllo e al disegno piuttosto arcaico della centrale. Gli impianti nucleari attivi - e lo stesso discorso vale per quelli in costruzione - se da una parte possono diventare obiettivi sensibili per i terroristi, dall’altra producono scorie dal cui trattamento viene estratto il plutonio, materia prima per la costruzione di armi a testata nucleare. Nell’attuale quadro mondiale si corre il forte rischio che ci possano essere Paesi che vogliano sfuggire al controllo della comunità internazionale - come nel caso dell’Iran -, che potrebbero utilizzare il nucleare civile come grimaldello per dotarsi di armamenti nucleari.
Punto del tutto inappropriato. La proliferazione nucleare è già in pieno rigoglio e la fonte non sono i progetti dei Paesi industrializzati. Piuttosto, sono quelli dei Paesi in via di sviluppo. Parlando di energia nucleare in Italia si poteva soprassedere e fare una figura migliore.
Il rischio terrorismo, incluso quello di impatto con aviogetti, è considerato in fase progettuale. Rischi maggiori probabilmente provengono da impianti chimici industriali per i quali non vengono applicati standard di sicurezza altrettanto elevati.
…e i suoi punti forti
Veniamo ora alle argomentazioni corrette, quelle su cui si doveva puntare davvero. I veri problemi della scelta nucleare sono 3: tempi di sviluppo, gestione delle scorie, disponibilità di uranio.
“Il nucleare di oggi è sicuro grazie alle tecnologie di quarta generazione? Favole. Non esiste alcuna possibilità di iniziare oggi un programma di realizzazione di centrali nucleari di “nuova generazione” che possa contare su tecnologie diverse da quelle attualmente in costruzione”.
Obiezione corretta, sebbene non si tratti tanto di una questione di sicurezza quanto di gestione del problema delle scorie radiottive. Il nucleare di 4° generazione rappresenterà un’opportunità per la prossima generazione, ma certamente non risolverà i problemi energetici dei prossimi 20-30 anni.
Il rilancio immediato dell’energia nucleare sarebbe inevitabilmente basato su reattori di 3° generazione, per i quali la massa di scorie prodotte rappresenta ancora un problema. I tempi di realizzazione sulla base dell’esperienza recente risultano di 4-6 anni, ai quali se no sommano talora 3 per la fase di studio e preparazione (IEA,
Projected Costs of Generating Electricity - Update 2005). Tenuto conto che il progetto di installazione di centrali nucleari è destinato a incontrare grosse resistenze locali, in Italia i tempi potrebbero essere più lunghi della media. Non esistono poi ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività delle centrali o dal loro decommissioning. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte fino ad oggi nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo.
Questa doveva essere la principale obiezione da sollevare. Invece il punto è trattato piuttosto velocemente e si chiude incoerentemente con la critica ai metodi di scelta di Scanzano Ionico da parte del precedente governo Berlusconi. Se il Governo ha adottato un metodo sbagliato per selezionare un sito, ciò non significa che il problema delle scorie non sia risolvibile applicando un metodo corretto al problema.
Inoltre, dato che le scorie ci sono già, un sito va comunque individuato: è più pericoloso tenerle in siti temporanei di stoccaggio a tempo indeterminato. Il ragionamento “non voglio un sito di stoccaggio, quindi il nucleare non si può fare” è logicamente viziato. Il vero punto da sollevare era: ma come pensate di rilanciare il nucleare in Italia se voi stessi non siete riusciti neppure a indicare un sito per stoccare le scorie prodotte dalla centrali chiuse vent’anni fa?
“Occorre poi fare i conti con le riserve di U235: secondo le stime del World Energy Council, l’uranio estraibile a costi calcolabili è dell’ordine di 3,5 milioni di tonnellate a fronte di un consumo annuale di circa 70 mila tonnellate. Così l’uranio fissile altamente radioattivo che, al ritmo di consumo attuale, è disponibile solo per 40-50 anni (e se la richiesta crescesse, si potrebbe riproporre una situazione del tutto simile a quella delle “guerre per il petrolio”) e con i tempi di realizzazione delle centrali”.
Questa è la terza obiezione fondata. Il nucleare non è una soluzione definitiva, perché la questione dell’accesso a fonti di uranio sicure e durature con l’attuale tecnologia della fissione nucleare, che consuma molto uranio, è un problema serio. Ma attenzione: le riserve dipendono dal prezzo di mercato e salgono al salire del prezzo (che rende economicamente sfruttabili giacimenti più poveri). Secondo le stime del DOE un incremento da 30 a 50 dollari implica un aumento delle riserve statunitensi di uranio (U3O8) da 265 a 890 milioni di libbre. Perciò l’aumento della domanda di uranio entro certi limiti implicherebbe anche un aumento dell’offerta attraverso l’aumento del prezzo di mercato.
A prezzi di 80 dollari/kg le riserve mondiali sono stimate da altre fonti in 2.000.000 t, e crescono a 5.000.000 t con prezzi di 130 dollari/kg. Ciò significa che al prezzo di 130 dollari/kg le riserve bastano per circa 70 anni (e meno se assumiamo, come è probabile, un aumento della generazione elettrica via nucleare). Le risorse teoricamente recuperabili sono 15-20 milioni di tonnellate, che fornirebbero autonomia per 210-280 anni, ma il loro sfruttamento potrebbe implicare costi ambientali insostenibili e/o costi vivi tali da rendere la produzione di energia elettrica da nucleare più costosa delle alternative, incluse le energie rinnovabili (anche se il combustibile rappresenta un piccola parte dei costi di esercizio di una centrale nucleare, dal 14 al 22% contro il 70-80% di una centrale a gas e il 30-60% di una a carbone).
Il ciclo del nucleare basato sull’attuale tecnologia è ormai quasi alla fine della corsa e non ha senso investire giganteschi capitali in una soluzione destinata a diventare sempre meno vantaggiosa; semmai, sarà da valutare se investire in ricerca nel nucleare di nuova generazione – che però non è la risposta ai problemi energetici degli italiani di oggi.