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Il parere di Carlo Bernardini
lunedì 16 giugno 2008
Opinioni
Energia nucleare - Unica alternativa per lo sviluppo futuro
Leccese, classe 1930, laureato in fisica a soli 22 anni, una lunga carriera di ricerca e attualmente docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore della rivista scientifica Sapere. È Carlo Bernardini, uno dei massimi esperti (e sostenitori) del nucleare in Italia.
Una posizione confermata con fermezza in una recente conferenza tenuta nell’ambito della rassegna Mosaicoscienze 2008 il 24 maggio, il giorno seguente all'annuncio del Ministro dello sviluppo economico Scajola di voler tornare al nucleare.

Risorsa naturale che imita le stelle
“Il nucleare è la forma energetica in assoluto più naturale perché è quella delle stelle”. La relazione dell'esperto pugliese inizia subito con l'affronto diretto agli ambientalisti e alla campagna stampa perpetrata per anni contro l'atomo. “I benefici civili del nucleare sono stati offuscati presso l’opinione pubblica, in particolare quella italiana, dagli usi militari”. A dare il colpo di grazia è poi arrivato l'incidente di Chernobyl, sulla cui scia emotiva si è votato il referendum del 1987 per abbandonare il nucleare dalla Penisola. “Un episodio sul quale molti politici si sono costruiti carriere fantastiche, ma che rappresenta un scelta sciagurata per il nostro Paese”.
Dopo le frecciate pungenti, dette per la verità in tono brioso, Bernardini entra nel merito della questione. I consumi elettrici del 2006 in Italia ammontavano a 330 miliardi di kWh, dei quali il 50% destinati all’industria, il 25% al terziario e il restante 25% agli usi domestici. Con un tasso medio di crescita annuo dell'1,5% (equivalenti a circa 5 miliardi di kWh) si arriva a stimare le necessità energetiche nazionali per il 2030 intorno ai 400 miliardi di kWh. “Come li produciamo?” è la logica domanda del fisico pugliese.

L'inadeguatezza delle altre fonti
La risposta è articolata e comincia con l’analisi delle possibili alternative. Gli idrocarburi sono esauribili e le risorse dovrebbero durare ancora per 30 o 40 anni (in realtà altre stime sono molto più ottimistiche, in particolare per quanto concerne il gas naturale, ndr). Inoltre, sempre secondo l'opinione di Bernardini, i giacimenti sono concentrati in poche località, con conseguenti conflitti e instabilità politiche nelle regioni di estrazione. Sul carbone è ancora più categorico: “mi fa paura, meno lo si usa meglio è”. Il motivo è che si tratta di una risorsa che genera forte emissioni di gas serra e di inquinanti, soprattutto di particolato. Non solo. Pur essendo ampie le riserve (si calcola che siano sufficienti per 200-300 anni), l'estrazione è pericolosa per la salute umana, in particolare nelle miniere di profondità ricche di radon, un gas estremamente dannoso.
E le rinnovabili? Si devono fare, soprattutto perché rappresentano un'opportunità per l'industria italiana, mentre adesso dipendiamo dall'estero per la fornitura di impianti sostenibili. A favore delle rinnovabili sono anche, come suggerisce lo stesso nome, le riserve illimitate. “Ma siamo realisti: sono in grado di coprire solo una minima parte del fabbisogno nazionale”. L'energia idroelettrica, che in Italia rappresenta il 15% del totale, non ha margini di miglioramento visto che gli sbarramenti possibili sono già stati realizzati. Insomma, è un mercato saturo. Il fotovoltaico ha bassa densità superficiale di potenza (1,3 kW al mq) e non può contribuire che per pochi punti percentuali alla domanda energetica. Stesso discorso vale per l'eolico che, se sfruttato ai massimi livelli, potrebbe forse arrivare a soddisfare il 5-6% della necessità nazionale.

La salvezza arriva dall'atomo
Un computo che fa affermare al docente de La Sapienza che, se non si vuole rinunciare al progresso, l'unica alternativa valida è il nucleare. Una soluzione che ha molti pregi e pochi difetti. Tra i primi Bernardini ricorda l’assenza di emissioni gas serra e inquinanti, il basso costo di produzione, l’elevata efficienza energetica (un grammo di uranio genera energia equivalente a una tonnellata di petrolio) e le prospettive di durata piuttosto ampia. I 60 anni attualmente stimati per le riserve di uranio potrebbero aumentare fino a 1000 anni con le centrali di nuova generazione che, oltre all’uranio U-235, sfruttano anche l’U-238. Inoltre, l’elemento chimico è disponibile in numerose regioni del mondo, fattore che riduce le possibilità di contese per avere la materia prima. Non solo. In Giappone la Jaea (Japan atomic energy agency) sta sperimentando con successo il recupero dell’uranio dall’acqua di mare, dove si pensa siano stivati 4,5 miliardi di tonnellate del metallo. Il tutto al costo ragionevole di 546 euro/kg. E poi, per il futuro c’è la fusione nucleare, soluzione che potrebbe fornire energia all’infinito senza grandi controindicazioni in termini di scorie. Per la produzione, però, si deve ancora attendere molto per i tempi lunghi per la ricerca e sviluppo.
Quanto ai difetti, Bernardini tende a minimizzarli. Il presunto pericolo di incidenti è negato semplicemente ricordando che nel mondo sono attive oltre 450 centrali nucleari, il 40% in più dai tempi del disastro di Chernobyl. Il problema delle scorie radioattive è superato affermando che il risultato delle fissione sono dei “cubetti” che basta stoccare in modo sicuro. Neanche un accenno, invece, sui costi per la realizzazione delle centrali che alcune valutazioni danno in oltre 3 miliardi di euro per le attuali strutture di terza generazione. Piuttosto a preoccupare l’esperto nostrano è la carenza di “carne fresca”, cioè di giovani preparati in grado di sviluppare il progetto nucleare. Nel breve periodo, quindi, non rimane che acquisire le conoscenze da Francia o Stati Uniti. Ma si deve investire per il futuro per toglierci dall’attuale contraddizione italiana: abbiamo rinunciato al nucleare, ma lo compriamo dalla Francia a caro prezzo per coprire il 15% del nostro fabbisogno. Un’assurdità ancora maggiore se si considera che Enel investe nel nucleare e che nei prossimi decenni la domanda energetica mondiale è destinata a raddoppiare, provocando anche un’esplosione dei prezzi. E come farà l’Italia a competere quando il prezzo degli idrocarburi, che costituiscono il 57% delle nostre fonti energetiche, sarà alle stelle?





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