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Carbon Capture and Storage
giovedì 15 maggio 2008
Ecoenergia
Carbone pulito: realtà o illusione?
Poche certezze e molti interrogativi caratterizzano oggi il dibattito relativo al futuro del nostro Pianeta. Mentre tutti sembrano essere d’accordo sul legame esistente tra i rapidi cambiamenti climatici in atto e il livello mondiale di emissioni di gas serra, sono spesso contrastanti le opinioni in merito alle possibili soluzioni da adottare per salvaguardare l’ambiente dai rischi connessi alla produzione di energia.
In questo ambito, prende corpo con toni sempre più accesi il confronto riguardante la necessità di ridurre le emissioni nocive generate dalle centrali termoelettriche durante il processo di combustione del carbone e delle fonti fossili in generale. Il carbone, infatti, è la fonte fossile con le più alte emissioni specifiche di gas serra (circa 800-1000 grammi di CO2 per kilowattora prodotto, contro i 300-450 grammi del gas naturale), responsabile oggi di oltre un terzo delle emissioni mondiali di anidride carbonica. Se la riduzione della quantità di CO2 presente nell’atmosfera è diventata un’esigenza imprescindibile della società civile e industriale, la scelta delle soluzioni e delle tecnologie più efficaci per far fronte a tale esigenza suscita le più accese contrapposizioni, come nel caso del cosiddetto “carbone pulito”.

Due mondi a confronto
Il dibattito sul carbone pulito ruota intorno a una questione fondamentale: considerata la pericolosa correlazione tra cambiamenti climatici ed emissioni di CO2, può il carbone essere ancora considerato una fonte energetica su cui investire?
In questo caso, le diverse posizioni si scontrano sull’efficacia di una particolare tecnologia applicata al processo di produzione dell’energia dal carbone, detta CCS (Carbon Capture and Storage). Questa tecnologia altro non è che un procedimento integrato tramite il quale la CO2 prodotta da una centrale a carbone potrebbe venire dapprima catturata, quindi trasportata e infine stoccata in siti geologici su terraferma o sotto il fondale oceanico. La CCS consentirebbe quindi di ridurre drasticamente le emissioni derivanti dalla combustione del carbone catturando i gas nocivi e confinandoli sotto terra anziché emetterli nell’atmosfera. Da qui il termine “carbone pulito”. Sebbene gli studi sull’applicabilità della CCS siano ancora oggi lontani da un punto di arrivo (non esistono esempi concreti di un suo utilizzo in impianti di scala industriale), si vanno delineando due “schieramenti” che sostengono o si oppongono alla CCS come una delle possibile soluzioni al problema del surriscaldamento terrestre. Da un lato l’industria del carbone e le aziende elettriche (tra cui Enel in Italia) considerano la CCS come un’innovazione necessaria e perseguibile. Sostenuti dalle autorità governative, essi premono sulle istituzioni internazionali per finanziare lo studio e la costruzione di impianti termoelettrici di nuova generazione capaci di catturare e stoccare la CO2. Dall’altro le organizzazioni non governative e le associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente e nella ricerca di fonti energetiche rinnovabili, oltre a esperti internazionali, si oppongono fermamente allo sviluppo di questa tecnologia che ritengono rischiosa, costosa e inutile.
Tra le voci contrarie va segnalata quella di Greenpeace che, oltre ad ostacolare attivamente l’apertura della nuova centrale a Carbone Enel a Civitavecchia, sostiene che lo sviluppo della CCS venga promosso dall’industria del carbone e dalle aziende elettriche come mera giustificazione alla costruzione di nuove centrali con tale fonte.



I cinque “no” di Greenpeace

Greenpeace ha pubblicato un rapporto, “Il confinamento della CO2: un’illusione”, per specificare le motivazioni della propria contrarietà a questa tecnologia. Secondo quanto riportato nel rapporto, sono cinque i fattori principali di criticità della CCS:
1. Il tempo: La tecnologia CCS non potrà essere disponibile prima del 2030, mentre le Nazioni Unite chiedono l’avvio della riduzione di emissioni di gas serra a partire dal 2015, per essere dimezzate entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. Quindi, se la CCS potrà mai funzionare sarà troppo tardi.
2. Il consumo energetico: La cattura e lo stoccaggio di CO2 comporta l’impiego di elevate quantità di energia, generalmente dal 10% al 40% di quanto prodotto da una centrale elettrica. Perdite di questo tipo costituiscono una drastica riduzione dell’efficienza dell’impianto, oltre a maggiori risorse da consumare (carbone e acqua in particolare) per produrre la stessa quantità di energia.
3. Il rischio dello stoccaggio sottoterra della CO2: Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, affinché la CCS possa avere qualche effetto positivo sul clima, occorrerebbe realizzare 6.000 progetti e confinare nel sottosuolo circa un milione di tonnellate di CO2 l’anno. Attualmente non è possibile sapere se ciò sia tecnicamente possibile e, soprattutto, non esistono garanzie sui rischi di perdite e rilascio di CO2 nell’ambiente circostante. Infatti, la fuga di CO2 dal suolo pone serie preoccupazioni: può contaminare ecosistemi, falde acquifere, terreni e, a concentrazioni del 7%-10%, può minacciare la stessa sopravvivenza dell’uomo. Un caso può servire da esempio: nel 1986, in Camerun, l’eruzione di un vulcano a Lake Nyos sprigionò enormi quantità di anidride carbonica che, accumulatesi sul fondo del lago, provocarono nel tempo la morte di 1700 persone e migliaia di bovini nel raggio di 25 km.
4. I costi: La tecnologia CCS è costosa e potrebbe far aumentare i prezzi dell’elettricità fino al 90%. Inoltre, il denaro speso ridurrebbe drasticamente gli investimenti destinati ad altre soluzioni sostenibili per i cambiamenti climatici, come ad esempio le fonti rinnovabili (eolico, solare, biomasse) e l’efficienza energetica. Il progetto statunitense “FutureGen”, il maggiore caso di applicazione della CCS a una centrale a carbone, è recentemente fallito a causa del continuo lievitare dei costi di realizzazione, passati dai 950 milioni di dollari iniziali a circa 1300 milioni di dollari nel 2008.
5. I rischi legali: Un ultimo fattore che non va comunque trascurato sta nella mancanza attuale di una legislazione che gestisca in maniera adeguata e specifica i rischi legati allo sviluppo della tecnologia CCS.


L’acceso dibattito relativo alla CCS testimonia ancora una volta quanto sia urgente arginare la crisi climatica del nostro Pianeta. Allo stesso tempo, il principale ostacolo all’adozione di soluzioni e strategie comuni a livello internazionale risulta ancora essere l’uomo e la necessità di conciliare grandi interessi economici alle esigenze di salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo.
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