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Noaa, University of Colorado e Università di Berna |
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mercoledì 03 febbraio 2010
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Cala il vapore in quota, rallenta il global warming
Cala del 10% il vapor d'acqua ad alta quota, per questo è rallentato del 25% l'innalzamento della temperatura. Questa l'ipotesi di un gruppo di ricercatori pubblicata sulla rivista Science per spiegare perché il riscaldamento è continuato nell'ultimo decennio, ma a ritmi inferiori rispetto al ventennio precedente. Lo studio, effettuato da quattro ricercatori del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration, dipende dal Dipartimento del commercio Usa) due della University of Colorado e uno dell'Università di Berna, non mette in dubbio il contributo della CO2 sull'effetto serra, ma sostiene che l'effetto del vapor d'acqua in quota sia ampiamente sottostimato.
Analizzando differenti serie di dati provenienti da satelliti e palloni sonda, sembra che in una ristretta fascia di quota, attorno ai 16 km, la presenza di “nuvole” sia aumentata costantemente nel ventennio tra 1980 e il 1999. Questo avrebbe aumentato del 30% l'incremento delle temperature registrate in superficie rispetto al solo effetto della crescente presenza della CO2 in atmosfera. Oggi invece la “copertura” è calata del 10% rispetto al massimo raggiunto 10 anni fa e questo avrebbe rallentato del 25% l'aumento di temperatura nell'ultimo decennio rispetto ai due precedenti.
I modelli climatici sono validi, ma richiedono qualche correzione
Il team giustamente non vanta certezze assolute sulla correlazione tra clima e vapor d'acqua nello strato atmosferico considerato; in ogni caso afferma che i modelli climatici più usati, ottimi nell'analizzare gli effetti del vapore a quote inferiori, “non risolvono completamente“ alcune complesse interazioni atmosferiche che hanno notevoli effetti sulla formazione del vapore nella fascia di quota considerata. Uno strato particolarmente influente, secondo lo studio, nel bilancio tra radiazione entrante (dal sole) e uscente (dalla terra e dagli strati bassi dell'atmosfera). L'origine di queste variazioni, ammette lo stesso team di ricercatori, non sono ben chiare, e non si sa in che misura possano essere collegate alla concentrazione della CO2 o se esista una certa variabilità ciclica. Insomma, lo studio suona come un invito ad approfondire la questione per correggere (e non buttare via, come qualche negazionista ha subito insinuato!) i modelli climatici e quindi le previsioni sull'aumento globale di temperatura.
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